Nat&MontOtt2007 - Crolli nelle Dolomiti

Nat&MontOtt2007- Lettere

Crolli nelle Dolomiti

Un fedele lettore ci scrive da Padova chiedendosi e chiedendoci “le Dolomiti sono destinate a finire in polvere?

Risponde il condirettore Gian Battista Vai, geologo.

 

Gentile Signor Sassi,

le tradizioni popolare e scritturale concordano sul monito del Genesi “Memento homo quia pulvis es, et in pulverem reverteris”. Noi e la faccia della Terra siamo destinati a tornare polvere e terra per esperienza e senso comune, oltre che per fede. Quindi anche le Dolomiti avranno tale destino. Si tratta di sapere quando.

L’uomo individuo nasce, cresce, deperisce e muore. Come gli individui, anche le specie animali e vegetali nascono, prosperano e “si perdono”, come scriveva Gian Battista Brocchi nel 1814, ben prima di Darwin. Anche il mondo minerale e roccioso, inanimato, è scalfito dal vento e dagli agenti atmosferici, dalla pioggia battente e dai terremoti, dall’azione disgregatrice del gelo e disgelo che lo demoliscono. Allora perché sorprendersi se anche le Dolomiti perdono pezzi?

Certo, la guglia verticale di Cima Una che da 2600 metri si stacca e va in frantumi sul fondo della Val Fiscalina fa notizia nell’epoca del turismo montano. Ma questa frana di crollo in blocco, come si chiama tecnicamente, è segno di morte o di vita?

Il più recente ringiovanimento delle Dolomiti, come di tutte le pareti delle Alpi, si data a circa 10.000 anni fa col rapido riscaldamento globale al termine dell’Ultimo Massimo Glaciale di 20.000 anni fa. I ghiacciai allora si sono ritirati velocemente dalle valli alpine fino ad arroccarsi nelle loro parti più alte e nei circhi sommitali (per le Dolomiti il versante nord della Marmolada). Al posto delle lingue glaciali dello spessore fino a più di 1000 metri si è creato … il vuoto. In quel vuoto, dai versanti non più protetti e sostenuti dal ghiaccio, in condizioni opportune si sono staccate grandi frane (chiamate marocche) che hanno messo a nudo pareti rocciose (come ai “lavini di Marco” a Mori presso Rovereto, dove campeggiano ancora grandi lembi di strato inclinati come il pendio). Tutte le antiche pareti delle Dolomiti rimaste senza l’appoggio del ghiaccio ai loro lati o ai loro piedi si sono trovate squilibrate, crollando e arretrando vistosamente ma rimanendo ripide perché gli strati che le formano sono spesso suborizzontali e si spaccano lungo fratture perpendicolari. Paradossalmente, a seguito dei crolli l’aspetto delle Dolomiti si è rinfrescato, è stato ripulito delle guglie già erose, è ringiovanito. Così le pareti hanno mantenuto la loro altezza fino ad oltre 1000 metri là dove prima erano coperte in tutto o in parte dal ghiaccio.

E’ iniziata così una nuova stagione per le pareti delle Dolomiti che vengono mantenute ripide e fresche proprio perché le porzioni disgregate ogni tanto crollano e formano le grandi falde di detrito che vediamo ai loro piedi.

Le pareti delle Dolomiti sono ancora in fase giovanile anche perché, come il resto delle Alpi, anche l’area delle Dolomiti è ancora in sollevamento. Se quindi l’accumulo di detriti al piede delle pareti tende a ridurne l’altezza, il sollevamento tettonico compensa l’accumulo e l’altezza delle pareti non cambia.

Quello delineato sopra è il meccanismo che permette alle pareti delle Dolomiti di ringiovanire e mantenersi ripide e alte mediante successivi crolli e arretramenti per almeno 10.000 anni dopo ogni fase fredda (o stadiale). Naturalmente questo è possibile finché ci sia a disposizione un corpo rigido dolomitico di piattaforma da cui si possano staccare per fratturazione e gravità grandi fette verticali di roccia. Si pensi al Gruppo del Sella con le ripidi pareti in fase di demolizione alle testate delle quattro valli ladine. Quando gli assi dei quattro ripidi insiemi di pareti convergeranno in uno, quel grande massiccio dolomitico sarà andato in polvere.

 

PS!   Natura & Montagna ha già trattato questo tema con un mio articolo in occasione del crollo analogo avvenuto alle Cinque Torri nel Giugno 2004.

Naturalmente un evento così catastrofico e fortunatamente non esiziale suscita sentimenti e commozione specialmente sui tanti appassionati della montagna. L’articolo più avvincente e calzante che ho letto in quei giorni era in Avvenire del 14 Ottobre a firma di Marina Corradi; il suo titolo dice tutto “Quella cima a noi sorella perché come noi invecchia e cede”.

Con questi crolli l’effetto serra c’entra poco, e ancor meno c’entra il permafrost. Certo, il limite inferiore del permafrost è in sollevamento  anche nelle Alpi, come si sta spostando verso nord in Siberia. Ma Messner che ha orecchiato il processo glaciale da autori di lingua germanica lo applica a sproposito alle ripide pareti alpine dolomitiche quando invece è appropriato per le aree piatte di alta valle e dei circhi.

Sarebbe più opportuno segnalare che, a parità di pericolosità naturale, c’è un incremento di rischio proporzionale all’aumento di turisti in montagna, soprattutto nelle Dolomiti. E’ bene che tutti lo sappiano e ne prendano coscienza.

Museo Geologico Giovanni Capellini

via Zamboni, 63 40126 Bologna

Orario di apertura al pubblico:

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Per informazioni:

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Per le scuole:

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Giuseppe Cosentino

Elide Schiavazzi  elide.schiavazzi@unibo.it

 

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