N&M13 - Storia geologica del Paese Italia

N&M13Gelati

 

Romano Gelati, Storia geologica del Paese Italia, Diabasis, Parma, 2013, 184 p., € 25,00

 

E’ più facile dire ciò che questo libro non è che ciò che è. Non è un concorrente del fascinoso l’Italia Geologica di Giovanni Flores e Marco Pieri (Longanesi, 1981), né, tanto meno, de Il Bel Paese, capolavoro di Antonio Stoppani (1876), ambedue, giustamente citati. Non prevede certamente una platea varia di lettori e fruitori come quelle opere implicavano. Ma si limita a una platea tecnica di laureandi e dottorandi di area scienze della Terra e, perché no, di professionisti della stessa area. Non è merito da poco se si ricorda che, dopo la esemplare dispensa didattica Lezioni di Geologia Regionale del solito Marco Pieri (STEM, 1968) (non citata), i libri di geologia regionale dell’Italia in italiano si contano sulle dita di una mano (es. Gianfranco Gasperi, Pitagora, 1995). C’è una tradizione negativa, antiempirica e antiscientifica (nel paese di Aldrovandi e Galileo)  che ha condizionato la pubblicistica di questa come di altre discipline scientifiche; e c’è una oggettiva difficoltà di organizzazione, di sintesi, e di volgarizzazione che la rende ardua.

 

Bravo Romano! A dispetto della tua sincera, e proclamata, modestia, il libro sarà utile, molto utile nei chiari di luna dei sussidi didattici geologici in questa lingua storpiata e bellissima, scelta da Gian Battista Brocchi, due secoli orsono, per fondare una delle colonne della stratigrafia, e avidamente letta, capita, e tradotta da Charles Lyell. E, detto fra noi, sarà forse utile a tanti nostri giovani colleghi che, nel marasma delle specializzazioni vanno perdendo coscienza che la geologia è disciplina largamente empirica che parte dai fatti prima che dai modelli, e che non si può limitare a misure sofisticate ma prive di collegamento coi processi e avulse dal contesto. L’abilità con cui hai sintetizzato i fatti, tanti fatti, e l’imparzialità con cui hai suggerito le interpretazioni, spesso molteplici, sarà un buon viatico a cui ricorrere per non perdere i quadri di riferimento nella ricerca e nella professione. Non un bigino Bignami, a cui ricorrere per ricordare nello spazio di un attimo una data non metabolizzata, ma un vademecum su cui verificare contesti, processi, compatibilità, coerenza.

 

Del libro si apprezza lo stile semplice, asciutto e filante con cui l’autore ha riassunto e organizzato le migliaia di articoli e libri letti, e ben digeriti. Compilare da solo l’intero libro (salvo il capitolo finale sui processi magmatici) è segno di lucidità e molto vantaggioso per i lettori. L’editore non è stato da meno, allestendo un testo ottimale per leggibilità, buon uso dello spazio, eleganza del caratter Simoncini Garamond. Lo stesso purtroppo non si può dire della grafica e resa delle illustrazioni che, in un libro del genere, hanno rilevanza pari al testo, e che erano state ben scelte dall’autore. Della 122 figure alcune hanno resa pessima e illeggibile (impastate, coi retini alterati e indistinguibili gli uni dagli altri) e oltre 40 (cioè un terzo) sgradevoli. Il mio consiglio ai fruitori è di risalire alle fonti originali, Che nel 95% dei casi sono citate. Inoltre, le cornici di figure e finestre sono troppo leziose e appariscenti, senza necessità e in contrasto con la pulizia del testo. La stampa appare affrettata e la revisione delle bozze carente, con almeno una ventina di refusi, compresa la Fig. 9.10 che evidentemente si trovava in fondo al Cap. 9 e poi è stata trasferita nel Cap. 10 conclusivo, senza adeguarne la numerazione.

 

Devo riconoscere, con gratitudine, che l’autore ha condensato in modo chiaro e appropriato molti degli articoli del libro Anatomy of an Orogen. The Apennines and Adjacents Mediterranean Basins (Kluwer, 2001) che ho curato insieme con I.P. Martini, rendendoli così fruibili ai lettori di sola lingua italiana (anche per averne riprodotto 13 illustrazioni). In aggiunta,molti altri lavori della scuola bolognese hanno contribuito a tessere le trame di questa storia geologica dell’Italia. Per un autore di scuola milanese è triplice segno di intelligenza, autonomia, e signorilità. In questo spirito e ad ulteriore beneficio del lettore, Romano mi permetterà di commentare criticamente alcuni punti in cui penso che il libro potrebbe essere precisato o integrato (magari nella seconda edizione).

 

Il primo punto riguarda la terminologia, in genere rigorosa e appropriata; sono ammirevoli le locuzioni italiche di molti neologismi inglesi, anche se mi sarà ostico digerire il neologismo italiano «accreto» da accreted, per aggiunto o accresciutosi (p. 38, 111, 126); ma talora la terminologia è garibaldina. E’ il caso del termine «complesso» usato per insieme o in maniera generica. Complesso in geologia è un nome proprio, codificato per unità stratigrafiche di tipo ben distinto dalle altre e anche abbastanza comuni. Perciò va usato solo in questo senso e non in altri, e men che meno in un titoletto (Cap. 1), anche se in questo caso specifico due dei quattro insiemi di rocce, basamento cristallino e ofioliti, fanno parte della categoria. Analogamente il termine «sistema» ha connotazione specifica cronostratigrafica di rango alto (Sistema Devoniano, Sistema Cretaceo). Sono quindi decisamente sconsigliabili espressioni come «sistema di coltri» o addirittura «Il Sistema pennidico» capitalizzato (p. 38, 39), e, ancor peggio, «sistema anisico–carnico» (p. 78) dove, a rigore, tre piani costituirebbero un superpiano. Difficile da spiegare infine e obsoleto il termine «fillite» e derivati per indicare filladi, invece di resti di vegetali fossilizzati (p. 70, 108).

 

Quale è l’età della prima deformazione orogenica nelle Alpi Meridionali (p. 25, 35, 42, 45, 47, 99)? L’ammissione presso che unanime che le Alpi Meridionali siano una catena post collisionale dovrebbe far escludere il concorso della fase eoalpina (Cretaceo). I fatti della geologia ci dicono che non c’è alcuna discordanza eoalpina registrata nell’assetto degli strati in campagna, e che non ci sono equivalenti del Conglomerato del Gosau (Cretaceo superiore, Austroalpino). Quindi le torbiditi cretacee lombarde e venete, potranno venir chiamate Flysch, ma saranno da considerare sinorogeniche, forse, dell’Austroalpino e non «prove indirette di strutturazione eoalpina» di parte delle Alpi Meridionali. Altrimenti si confonde sedimentologia con tettonica, e l’interpretazione con i fatti. Fatti che per ora ci dicono esserci marcata differenza di età fra Alpi s.s. e Alpi Meridionali, con le seconde assai più parenti degli Appennini che delle Alpi per età di deformazione.

 

Non è chiaro dove l’autore ponga il limite fra i due archi appenninici, settentrionale e meridionale (p. 27, 29, 44, 48, 55, 58), pur riferendosi spesso alla linea Olevano-Antrodoco-M. Sibillini, e talora alle linee Gaeta-Gargano e Giannutri-Chienti, trascurando però in testo la fondamentale linea Ortona-Roccamonfina.

 

Più che di omologia fra i tre grandi corpi torbiditici dell’Appennino Settentrionale (Macigno, Cervarola, Marnoso Arenacea) e il Flysch Numidico di quello meridionale (p. 60), andrebbe sottolineata la loro radicale differenza, non solo di composizione e di p’rovenienza, ma anche di architettura de posizionale: a Nord ci sono vere avanfosse che a Sud latitano. Anche la fossa bradanica e quella di Gela-Caltanisetta dal Messiniano ad oggi non sono comparabili, per mobilità e, quindi, spessori, con quella padana-adriatica. Va precisato che il Numidico raramente supera i 1500 (come indicato a p. 26) anzi è spesso assai di meno, mentre i valori di 2500 m (p. 119) sono francamente irrealistici.

 

Va anche precisato che la Marnoso Arenacea si alimenta di detrito siliceo prevalentemente dalle Alpi Meridionali emerse e, in minor misura, di detrito calcareo prevalentemente dalle fonti appenniniche ancora sommerse (in particolare la piattaforma laziale abruzzese). In aggiunta, i flussi si allineavano in senso opposto lungo la direttrice assiale NO-SE (non SO come indicato a p. 115). Inoltre, la megatorbidite principale, lo Strato Contessa, è ibrida in composizione, mentre le altre sono silicee. Infine, l’età della Marnoso Arenacea è langhiana–tortoniana, non serravalliana–tortoniana (p. 111).

 

Tutti gli autori concordano che i bacini tardo ercinici (Carbonifero superiore–Permiano inferiore) delle Alpi Meridionali siano legati a intensa tettonica verticale di piccoli blocchi rispetto all’ampiezza e maggior quiete tettonica del Verrucano Lombardo e della Formazione di Val Gardena, diversamente da quanto scritto in fondo a p. 74.

 

In coda ci può stare anche un benevolo veleno, nell’analisi freudiana del lapsus in cui «Le evaporiti inferiori della “Vena del Gesso” sono progressivamente esumate» (p. 126). Come reazione al bombardamento milanese sul disseccamento profondo del Messiniano, forse il nostro autore ha pensato bene neppure di obdurre le evaporiti dal fondo del Mare Nostrum, ma addirittura di disseppellirle dal profondo della crosta, perché nessuno dubitasse della sua buona fede.

Una lettura eccitante per chi ama il pianeta Terra in veste italica, non vi pare?

 

Gian Battista Vai  

Museo Geologico Giovanni Capellini

via Zamboni, 63 40126 Bologna

Orario di apertura al pubblico:

Dal lunedì al venerdì dalle ore 9:00 alle ore 13:00

Sabato, Domenica e Festivi dalle ore 10:00 alle 18:00

Chiusure: 1 Gennaio, 1 Maggio, 15 Agosto, 24 e 25 Dicembre.

Per informazioni:

tel. 051 2094555
email: gigliola.bacci@unibo.it

Per le scuole:

Per concordare data e percorso didattico, visitare la sezione Aula Didattica e telefonare al numero 0512094593.

Giuseppe Cosentino

Elide Schiavazzi  elide.schiavazzi@unibo.it

 

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