N&MMag12 - La lezione sul terremoto emiliano

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LA LEZIONE DEL TERREMOTO EMILIANO

Verrà ricordato come il terremoto della  Pianura Padana Emiliana, con due eventi distinti nello spazio e in sequenza temporale, il 20 e 29 Maggio 2012, di magnitudo 5.9 e 5.8 e intensità macrosismica di circa VII–VIII grado (di una scala di dieci). Il terremoto con epicentri en échelon a Finale Emilia, S. Felice sul Panaro, S. Agostino-S. Carlo, Mirandola,  Cavezzo, Novi. Il terremoto delle eruzioni di sabbia liquefatta. Il terremoto dei capannoni industriali collassati come fuscelli ammucchiati da un vortice di vento. Il terremoto delle chiese sventrate e dei campanili capitozzati. Il terremoto della tela del Guercino estratta dai vigili del fuoco intatta da un cumulo di macerie e issata sopra i resti della facciata di una chiesa, a poca distanza dalla casa natale del grande pittore. Il terremoto che ha ucciso più operai e imprenditori che casalinghe. Il terremoto in cui i morti (sempre troppi), finalmente, sono pur pochi rispetto ai danni. Ma solo per grazia della Provvidenza o della fortuna, non certo come beneficio della prevenzione e dell’educazione. Il terremoto erroneamente inatteso, anche da certi “esperti” e da una popolazione che a tutti i suoi livelli, popolari e dirigenziali, accademici e politici, è più sensibile alle superstizioni e ai ciarlatani che alla cruda durezza della buona scienza. Il terremoto in cui la saggezza popolare e la pietà per le vittime innocenti non va esente dalla propaganda ideologica di chi vuole strumentalmente attribuire alla sola opera dell’uomo tutti i disastri naturali, senza alcun fondamento scientifico. C’è una logica apparentemente perfetta, ma perversa nel sillogismo che gira inarrestabile in rete: questa non è terra sismica, ma oggi subiamo un terremoto disastroso, dunque il terremoto è provocato dal fracking (che in Italia non è stato mai neppur immaginato), dallo stivaggio del gas, dagli Americani. Eppure il 29 Maggio gli sciacalli pseudo ambientalisti sollevano spudorati cartelli con la scritta no gas davanti alle telecamere, con l’agricoltore compunto, in versione Smilzo invecchiato, che puntella il sillogismo esalando un sospiro conclusivo antigas. Effetti perversi, appunto, di chi contrappone la manipolazione politica (surrogato delle vecchie ideologie) all’informazione corretta, completa e non edulcorata della popolazione.

                La soluzione focale delle scosse maggiori è di tipo compressivo a orientamento meridiano, identica a quella delle scosse del Friuli 1976. Da allora la comunità geologica e geofisica italiana ha fatto enormi progressi e ha fornito al Paese e al Mediterraneo una rete di monitoraggio e allerta sismica competitiva, per merito dell’ING(V) e di un’intera generazione di scienziati della Terra italiani. Ne è derivato uno studio sistematico con (ri)classificazione sismica dell’intero territorio nazionale e una normativa antisismica ingegneristica per nuove costruzioni e riqualificazione del patrimonio esistente. Già dagli anni ’80 sappiamo che, per la convergenza Africa-Eurasia, la crosta dell’Arco Appenninico Settentrionale si sposta verso N al di sopra della crosta della Pianura Veneta, che è la porzione terminale della crosta adriatica. La crosta adriatica, a sua volta, si inflette sotto il fronte meridionale della catena alpina in Friuli e Veneto. La crosta adriatica e la Pianura Veneta diventano così l’area su cui gli Appennini sovra scorrono e le Alpi retro scorrono, provocando per attrito compressione e fratture con movimento (faglie) nei primi 30-40 km di crosta a comportamento elastico/fragile. La fascia dell’Appennino in compressione è larga circa 80 km, di cui metà è esposta nei monti, e metà è sepolta sotto le alluvioni della Pianura Emiliano-Romagnola. Al di sotto di questa pianura c’è metà dell’Appennino Settentrionale, con le sue faglie ancora attive, ma chiamate “cieche” perché metaforicamente accecate dai sedimenti della pianura. Quindi la stessa parola, “pianura”, ha significato assai diverso se usata da un geografo o da un geologo. Per il primo sarà l’emblema della uniformità e tranquillità. Per il geologo, invece, molte pianure possono nascondere montagne, con tutte le insidie, irregolarità, deformazioni, e terremoti associati. Una semplice vista a due dimensioni (geografica) è assai meno eloquente di una vista a tre/quattro dimensioni (geologica).

                Abbiamo fatto carte negli anni ’80–’90 che illustrano forma e strutture tettoniche di questo Appennino sepolto, interpretando i dati di pozzi, sondaggi e indagini svolte per la ricerca petrolifera (esemplare collaborazione fra industria e ricerca, fra privato e pubblico). Conosciamo bene le pieghe emiliane, quelle ferraresi, quelle romagnole e quelle adriatiche (tutte con i loro significativi terremoti storici). Distinguiamo anche i vari elementi della Dorsale Ferrarese e della Dorsale di Mirandola dalla Sinclinale o Depressione di Bologna–Modena. Nei commenti a quelle carte è spesso evidenziata la sismicità storica (ricostruita dalle cronache) e quella strumentale di queste strutture. Ma nell’Italia dominata da giuristi e avvocati, al cui soldo si trovano legioni di ingegneri formalisti, la piccola comunità dei geologi e geofisici, pur rafforzata da un manipolo di ingegneri strutturisti, è una zanzara noiosa che non è in grado di trasformare velocemente in legge e norma le conoscenze scientifiche acquisite, se non sulla spinta emotiva dei disastri, che sono sempre regionali. Così la classificazione sismica della pianura emiliana deve attendere il 2003, a dispetto della sismicità storica (Casalmaggiore 1346, Ferrara 1570 con intensità VIII-IX e magnitudo stimata 5.5, Argenta 1624 con intensità VIII-IX e magnitudo stimata 5.4, Cento 1987 con magnitudo 5.4). Quante pressioni ho ricevuto in quegli anni da sindaci, assessori, politici, architetti, ingegneri per evitare il marchio della classificazione sismica che procedeva dalla montagna romagnola a quella emiliana e alla pianura. Li capivo, i loro costi edilizi crescevano del 30% (oggi del 10%) e altrettanto calava la loro competitività, subendo un’enorme pressione dai vicini non classificati. Ma per il bene di tutti anche loro dovevano convenire con me, prima o poi, purtroppo. E quella mentalità miope è difficile da sradicare. Quell’inerte ritardo ora si paga a caro prezzo.

                La lezione che dobbiamo trarre da questa esperienza amara e frustrante riguarda per punti molti dei temi chiave che ho elencato sopra.

(1)  Cominciamo dalle chiese, molte sei e settecentesche, barocche, emblematiche della fede radicata di queste comunità; spesso macchie di intonaci aranciati a colloquio col mattone di altri edifici e il verde nebbia della bassa. Al primo grande terremoto dopo quelli di metà millennio non hanno retto al collaudo. Quante di esse erano rafforzate da tiranti metallici? Se la prima scossa fosse avvenuta sei ore dopo, sarebbe stata una strage, con centinaia di morti a partire dai ragazzi delle Cresime e Prime Comunioni. Diocesi e curie dovranno ringraziare la Madonna di S. Luca e fare una seria meditazione. Non a caso nelle litanie si invocava di essere liberati A peste , fame et bello, e subito prima A flagello terraemotus. Oltre alle nuove chiese, spesso brutte ma, speriamo, antisismiche, è tempo di dedicarsi alla riqualificazione strutturale di tutte le chiese storiche, belle e ricche di tesori d’arte e di pietà, aperte al pubblico, per evitare che si trasformino in cimiteri tragici. E sarà opportuno chiedere ai parroci di evitare di fare gli eroi, pur essendolo di fatto, anche se per devozione popolare. Un simulacro di serie, pur benedetto e oggetto di culto affettivo, è riproducibile. La vita di un prete non lo è; è troppo preziosa, e ce ne sono così poche. L’educazione alle norme di sicurezza è la prima forma del timor di Dio.

(2)  L’”etica” del profitto, del progresso, dell’economicità, della tecnologia applicata nei paesi dove l’imprenditoria è nel sangue per tradizione almeno millenaria, come in Emilia-Romagna, offre spesso risultati di eccellenza, salvo che nei momenti cruciali. Nel nostro caso non vedo responsabilità particolari negli imprenditori, almeno quelli che non negano l’evidenza come coloro che si trincerano dietro la mancanza di norme positive. Ne vedo invece di  molto gravi nei tecnici delle ditte di montaggio dei capannoni e in particolare nei loro ingegneri progettisti. Anche questi fanno parte degli “ingegneri al soldo” di cui ho parlato prima. Non so se i capannoni impiantati in Francia e Germania siano strutturalmente simili a questi. Ma in quei paesi la sismicità è minore o assente. Di certo i capannoni della California sono differenti. E’ scientificamente e culturalmente inconcepibile che stuoli di ingegneri progettisti e direttori di lavori, a prescindere dallo stretto formalismo delle normative in atto, non sappiano che nel passato non mitico del territorio in cui operano ci sono stati eventi sismici disastrosi, non conoscano la massima pericolosità sismica attesa per quel territorio, e il suo tempo di ricorrenza medio. Come è inconcepibile, tanto per fare un altro esempio, che Regione Emilia-Romagna e Provincia di Bologna continuino ad accettare progetti di mega installazioni industriali eoliche privi di documentazione, limitazioni e servitù sismiche. I progettisti devono esplicitare la conoscenza che questa è di fatto una regione tutta sismica a vari livelli. Questa scarsa cultura di troppi ingegneri, questa scarsa propensione al confronto col mondo e con gli studi di altri tecnici, questa presunzione che la pura capacità di calcolo sia in grado di garantire da ogni pericolo, la mancanza di umiltà nel riconoscere i propri limiti disciplinari e quelli della tecnologia e della scienza in generale sono gli ingredienti del brodo di coltura che alimenta le sorprese dolorose quando meno le si aspettano. Questo è un dibattito secolare ormai, che ha avuto esiti solo infausti.

(3)  In tutti questi disastri, naturali e conditi dagli errori umani, il geologo non viene mai prima. Magari lo si cerca dopo aver compiuto i disastri, per giustificare rimedi spesso peggiori del male. La sua opera, nonostante norme precise esistenti, è surrogata spesso, in maniera biasimevole, da ingegneri, architetti, o tecnici ancor più lontani dalle scienze della Terra. E’ tempo che i geologi abbiano riconosciuta nei fatti la competenza e la responsabilità di svolgere il loro ruolo pregiudiziale, cioè prima che le opere vengano costruite, prima che i progetti di massima e quelli esecutivi vengano formulati e adottati. Non vogliamo più vedere lo sconcio di pali alti più di venti metri fondati, si fa per dire, su plinti superficiali e caricati da enormi travi senza incastri e affidate a semplice appoggio per gravità. Queste strutture debbono essere legate in un guscio solidale con vere fondazioni e vanno disancorate dai materiali e macchinari stoccati e operativi all’interno. La prima opera urgente da fare in coda alla ricostruzione è mettere al sicuro tutti i capannoni delle zone industriali della Regione ER (compresi molti recenti mercati coperti, supermercati e ipermercati) perché resistano alle massime intensità e accelerazioni sismiche attese nelle varie aree, che in ogni momento possono verificarsi con magnitudo simili a quelle dei giorni scorsi, anche nelle grandi città.

(4)  Giornalisti, politici, amministratori e popolazione si sono trovati concordi nel giudicare inatteso e sorprendente il terremoto della pianura, naturalmente sbagliandosi di grosso. Ma questo purtroppo è il livello della cultura scientifica tipica di questo meraviglioso e distratto paese, dove geologi e geofisici hanno visibilità solo quando ci sono disastri (materiali e antropici), e i geologi ne hanno ancor di meno dei geofisici. Lo dimostra anche il numero di lettori e abbonati a quaesta non trascurabile rivista di divulgazione. Forse i meno disattenti e più informati sono i ragazzi delle scuole che frequentano i musei naturalistici (finché saranno ancora aperti) . Chi va al Museo Geologico Giovanni Capellini, tanto per fare un esempio (e sono almeno 25.000 persone all’anno), tutte queste cose le sa e se le sente ricordare ad ogni occasione. Ma se pur tanti, questi visitatori sono una minoranza della popolazione. Mentre qui si tratta di insegnare e educare a convivere con il terremoto, silente per gran parte del tempo, la maggioranza della popolazione, con  misure sia educative che preventive. Se lo ricordino politici e amministratori, a tutti i livelli.

(5)  Le fontane di acqua, con le eruzioni di sabbia e i caratteristici vulcanetti, sono il lascito temporaneo delle liquefazioni innescate dalle due maggiori scosse. Nel 1995 ne abbiamo studiato un caso fossilizzato nelle alternanze di arenarie e argille della Formazione Marnoso Arenacea Romagnola di 15 milioni di anni fa nell’Appennino forlivese. L’ambiente era marino, ma la litologia era simile a quella delle alluvioni quaternarie della Pianura Padana. Se ci sono alternanze di sabbie sature d’acqua e di argille, quando avviene un terremoto di magnitudo medio alta avvengono liquefazioni che producono danni aggiuntivi alla stabilità delle opere. E’ avvenuto in Giappone, in California, e anche nel Missouri. Però, i tipici e piatti vulcanetti di sabbia che ne derivano sono strutture labili, presto cancellate dalle intemperie e dalle attività di ricostruzione. In Italia se ne è accennato in antiche cronache, ma erano messi in discussione. Dopo averne trovato evidenza fossile non ne dubitavamo, avendone anche calcolato una sorta di magnitudo soglia a 5.2. Scosse di magnitudo superiore a questa in una zona propizia come la Pianura Padana non potevano non provocarli. E si sono puntualmente manifestati. Non c’era quindi ragione di sorprendersi e gridare alla eccezionalità, come ha fatto qualche giovane addetto della Protezione Civile. Se avesse letto di più, avrebbe subito ben interpretato queste strutture assai diagnostiche. In genere, la natura è fedele alle sue norme interne (natura non facit saltus).

(6)  Se non c’è educazione, è assai facile manipolare la buona fede della popolazione a fini strumentali o ideologici. In questi casi radicalismo ambientalista, ecoterrorismo e certa politica si trovano spesso a darsi la mano. Ma che fossero pronti anche a speculare sui disastri ancora fumanti del terremoto documenta la loro mentalità mafiosa e i metodi di disinformazione di massa. Trascuriamo il fracking degli scisti bituminosi che in Italia non è mai stato preso in considerazione. Limitiamoci ai depositi di gas metano (ma potrebbero estendersi anche all’anidride carbonica) in giacimenti esausti. Reimmettere gas là dove è stato estratto equivale a ripristinare un equilibrio naturale. Questo si fa da tempo in tutto il mondo, Italia compresa, senza particolari problemi. Chi addebita il terremoto a questa procedura sa di mentire due volte, primo perché terremoti della stessa magnitudo sono avvenuti nella stessa zona prima dell’estrazione, secondo perché l’attuale terremoto non è avvenuto dove il deposito di gas c’è e dove, inseguendo le paure millenaristiche, lo si sarebbe dovuto aspettare. Non c’è quindi alcuna documentazione scienti che ponga in relazione questo terremoto con i depositi di gas e le precedenti estrazioni.  E ancor meno per sospendere la ricerca scientica sul tema. Eppure la Regione ER e la Provincia di Bologna, assumendo come sempre più spesso avviene una posizione autolesionista sul piano economico e antiscientifica su quello della ricerca (si veda la promozione insostenibile dell’eolico industriale, e le leggerezze sulla grande viabilità), hanno dichiarato guerra all’esplorazione di idrocarburi (la sola da cui ricava laute royalties). E il governo debole e acquiescente, in questo caso,si accoda, per non dispiacere alla Regione. E intanto il terremoto continua a produrci danni e mietere vittime innocenti. Mentre qualche sciacallo sogghigna.

Non ci resta che invocare Libera nos, Domine, dopo aver cercato di darGli non una, ma due mani.

Bologna, 6.6.12                                                                                                                                              Gian Battista Vai

 

Museo Geologico Giovanni Capellini

via Zamboni, 63 40126 Bologna

Orario di apertura al pubblico:

Dal lunedì al venerdì dalle ore 9:00 alle ore 13:00

Sabato, Domenica e Festivi dalle ore 10:00 alle 18:00

Chiusure: 1 Gennaio, 1 Maggio, 15 Agosto, 24 e 25 Dicembre.

Per informazioni:

tel. 051 2094555
email: gigliola.bacci@unibo.it

Per le scuole:

Per concordare data e percorso didattico, visitare la sezione Aula Didattica e telefonare al numero 0512094593.

Giuseppe Cosentino

Elide Schiavazzi  elide.schiavazzi@unibo.it

 

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