N&MMar11 Editoriale per le Dolomiti (Gian Battista Vai)

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Editoriale per le Dolomiti (Gian Battista Vai)

 

            Le Dolomiti come Patrimonio Mondiale dell’Umanità, secondo la definizione dell’Unesco, sono conquista esemplare di una unità d’Italia nuova, memore del passato, aperta al futuro nello scacchiere del mondo, senza retorica e senza campanilismi, unita nella sua varietà, federalista senza distinguo opportunistici, come non è stata fatta, e come invece la vorrebbe la storia e la Costituzione.

            I Monti Pallidi, perché di questo si trattava fino a poco più di due secoli fa, sono diventati le Dolomiti non perché la dolomite rappresenta il minerale più abbondante di quella roccia, che perciò ne assume il nome di dolomia, ma perché un nobile e brillante geologo francese, Déodat Gratet de Dolomieu (1750–1801), visitando nel 1789 e 1790 quei luoghi resi già famosi dal padre della stratigrafia Giovanni Arduino (1714–1795), per primo notò e segnalò il tipico nuovo minerale, che fatto analizzare dal figlio del grande geologo svizzero H. B. de Saussure (1740–1799 ) fu poi chiamato in suo onore dolomite da R. Kirwan nel 1794. La dolomite è quindi in partenza un prodotto naturale universale, ha un nome testimone della influenza francese nella cultura e nel linguaggio, ricorda la preminenza italiana nell’origine delle discipline geologiche, e trova la espressione più evidente (in gergo tecnico noi diremmo il topotipo regionale) nell’Italia. Non si può trascurare anche il contributo dei viaggiatori britannici a creare il mito delle Dolomiti con la prima guida in inglese, il Red Book di John Murray (1837), in cui la bellezza delle Dolomiti viene definita sublime, e con il libro di viaggio The Dolomite Mountains di J. Gilbert e G.C. Churchill  (1864). Tutta questa storia offre quindi un bell’esempio di Patrimonio Mondiale generato dal contributo di molte culture.

            Mettiamo a fuoco la regione da sempre marca di confine fra i mondi germanico, italico, e slavo per i facili accessi costituiti dalle valli dell’Adige-Isarco e della Pusteria-Gail-Drava. La regione viene esemplificata nelle valli ladine, crocevia di antichi linguaggi fin dal Neolitico, e simbolo della più spiccata varietà etnica e culturale. Ebbene, la varietà di valli, tradizioni e linguaggi ha saputo unirsi in un consorzio per centrare l’obiettivo dell’Unesco in maniera concorde e rispettosa di tutti, perché rivolta all’Umanità. Un bella prova che contribuisce a dir bene dell’Italia nel suo 150° compleanno.

Ma torniamo alla storia e alla geografia, condita, e non se ne può fare a meno, di geologia. Ci sono tanti Monti Pallidi (Pale Mountains) al mondo, come tanti Monti Blu (Blue Mountains). Ne conosco almeno una decina fra i più noti in ogni continente. Ci sono anche varie Dolomiti sia in Italia (alcune vere come le Dolomiti di Agnana in Aspromonte e le Dolomiti sicule, altre false, ma sempre belle, come le Dolomiti lucane, pinnacoli arenacei della Formazione Gorgoglione di Selli) e fuori, come in Austria (Lienzer Dolomiten), in Svizzera, e Norvegia. Ma il prototipo unico e inarrivabile sono sempre e solo loro, le Dolomiti tout court.

Da geologo curioso e viaggiatore alpinista insaziabile, Déodat non si era limitato alle Dolomiti “queste punte acute, queste creste straziate. Questi spigoli che caratterizzano e indicano da lontano le montagne dette primitive” (il che prova che Dolomieu aveva letto Arduino). Dalle Alpi era sceso lungo la penisola anche negli Appennini fino alla Calabria (dove studiò gli effetti del terremoto del 1783) e alla Sicilia. Era stato, con l’abate agostiniano Alberto Fortis (1741–1803), uno dei primi geologi a salire a S. Marino e a scriverne, seguito poco dopo da G. Brocchi (1772–1826) e da I. R. Murchison (1792–1871), altri giganti della geologia europea. Ma, primo a fare la carta geologica della Repubblica del M. Titano nel 1848, il giovane Giuseppe Scarabelli (1820–1905) non si peritava di criticare le loro affermazioni un po’ fuggevoli, pur attestandone la priorità. Esempio di audacia, fantasia, rigore e ricerca approfondita, che segnava una nuova stagione degli studi geologici, dopo quella eroica ma preliminare di cui fa certo parte Déodat de Dolomieu.

Il riconoscimento dell’Unesco non ha fatto altro che prendere atto di uno stato di fatto. Ma non crediate che arrivare a quel risultato sia stato facile. C’è concorrenza, ci sono clausole, ci sono lobbies, occorre impegnarsi e saperci fare. Tanti hanno contribuito, superando divisioni, operando insieme, nello spirito del bene e dell’unità dell’Italia. Scelte bene la tattica e la strategia, quali sono state le leve del successo?

L’Unesco prevede dieci criteri di riconoscimento dei siti naturali e culturali. Per i siti naturali si deve soddisfare almeno uno dei seguenti quattro criteri:

(criterio VII) – contenere fenomeni naturali superlativi o aree di bellezza e importanza estetica eccezionali;

(criterio VIII) – essere straordinari esempi delle maggiori fasi della storia della Terra;

(criterio IX) – essere straordinari esempi di significativi processi ecologici e biologici in evoluzione;

(criterio X) – contenere gli habitat naturali più importanti e più significativi per la conservazione in situ della varietà biologica.

Il 26 Giugno 2009 le Dolomiti sono state iscritte nella Lista del Patrimonio Mondiale secondo i criteri naturali VII e VIII e riconosciute dall’Unesco “fra i più bei paesaggi montani che vi siano al mondo”.

            Come si vede, le due leve sono state la bellezza e la geologia. E i geologi , limitandoci a quelli italiani, a partire da Arduino, attraverso Taramelli, Leonardi, Feruglio, Ferasin, fino a Rossi, Assereto, Pisa, Castiglioni, Panizza, Bosellini, Castellarin e Doglioni, fra gli altri, hanno contribuito a divulgare nel mondo le basi determinanti della geologia e della bellezza delle Dolomiti. Anche l’altro sito naturale  italiano riconosciuto, le Isole Eolie, risponde a questi criteri. Va ricordato che l’Italia annovera ben altri 42 siti culturali riconosciuti (guidando la classifica per nazioni), equamente ripartiti fra nord, centro, sud e isole del Bel Paese.

            Geologia e paesaggio sono i valori che esprimono la più viva e profonda identità del territorio, sintesi di uomo, ambiente, usi e attività, sedimentatisi in quelle vallate nei tempi geologici e storici. E’ stato scritto che le Dolomiti sono un bene seriale articolato in nove sistemi distinti. Preferisco vederle come un grande geoparco capace di mostrare ancora anche la sua inimmaginabile varietà, esibita in nove distinti grandi geositi che sono i complessi di scogliera che noi possiamo ammirare oggi quasi come erano più di 200 milioni di anni fa. Essi sono: Pelmo, Croda da Lago; Marmolada; Pale di San Martino, San Lucano, Dolomiti Bellunesi, Vette Feltrine; Dolomiti Friulane e d’Oltre Piave; Dolomiti Settentrionali; Puez-Odle;  Sciliar-Catinaccio, Latemar; Bletterbach; Dolomiti di Brenta.

            Il riconoscimento dell’Unesco implica l’integrità del bene censito e l’obbligo di mantenerla in tutta la sua dinamica evolutiva naturale e ecologica. Senza eccessi, compresi quelli della mummificazione, in cui qualcuno nell’eccitazione del momento ha ecceduto. Con buona pace di Reinhold Messner, peraltro attore fra gli altri del riconoscimento, come Natura & Montagna ha già scritto in occasione dei recenti crolli di alcune vette dolomitiche.

 

Bologna, 12 Febbraio 2011                                                                             Gian Battista Vai

Museo Geologico Giovanni Capellini

via Zamboni, 63 40126 Bologna

Orario di apertura al pubblico:

Dal lunedì al venerdì dalle ore 9:00 alle ore 13:00

Sabato, Domenica e Festivi dalle ore 10:00 alle 18:00

Chiusure: 1 Gennaio, 1 Maggio, 15 Agosto, 24 e 25 Dicembre.

Per informazioni:

tel. 051 2094555
email: gigliola.bacci@unibo.it

Per le scuole:

Per concordare data e percorso didattico, visitare la sezione Aula Didattica e telefonare al numero 0512094593.

Giuseppe Cosentino

Elide Schiavazzi  elide.schiavazzi@unibo.it

 

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