N&MMar12 - Ancora Tav - Prove di glaciazione

N&M12

 

Ancora TAV

                Ritorna sempre d’attualità il bubbone TAV-Val di Susa. In tutto il resto d’Italia il progetto, pur con eccessiva lentezza, procede, con qualche disagio, più o meno naturalmente, ma con soddisfazione generale, anche dei contestatori di professione, che nelle Frecce varicolori ci entrano, eccome, per arrivare prima agli appuntamenti della guerriglia. Già questo è sintomatico del caso Val di Susa, che è montato ad arte con la complicità degli antagonisti e la testardaggine dei valligiani, imboniti e strumentalizzati, a cominciare dai loro parroci. Per gli spiriti candidi gli antagonisti sono brigate internazionali di intolleranti e anarchici, nemici dello stato, della nazione, dell’integrazione dell’Europa, violenti oppositori di ogni libertà altrui, che evidentemente trovano più facile operare in Italia che in Francia, Svizzera, Austria e Germania. E di operare in manifesta illegalità.

                La nostra posizione è chiara da tempo (v. anche N&M 58, 2, p. 5). Appurato per esperienza diretta che non ci sono rischi geologici maggiori delle altre gallerie TAV in esercizio e in costruzione delle Alpi e degli Appennini (dove la tratta Bologna Firenze durante la costruzione presentava rischi addirittura maggiori, calcolati e neutralizzati per la rilevanza sociale dell’opera), valutato che l’opera è economicamente sostenibile e vantaggiosa per un paese in ormai cronica stagnazione da anni e necessaria a un’Europa in condizioni simili per inadeguatezza di reti di collegamento ferroviario, abbiamo dovuto constatare che questi valligiani dall’apparenza bonaria, involontariamente recitano la commedia, pseudo ambientalista, della secessione di un popolo piemontese che all’unità d’Italia ha contribuito ancor meno di quanto non sia apparso nelle celebrazioni del Centocinquantenario.

                Perché, delle due l’una. O i Bolognesi e i Fiorentini, di città e di valle, sono stupidi, oppure lo sono i Valsusini. Se i primi hanno sopportato disagi temporanei e accettato qualche rinuncia per il bene del paese, senza aver assistito ad alcun disastro, perché non lo dovrebbero fare anche i Valsusini, che hanno già avuto un trattamento di assai maggior riguardo? Sono forse più belli di tutti gli altri o al di sopra di leggi e Costituzione? La secessione non li salverà, anzi infetterà il Paese. E questo vale anche per i politici sfrontati che invocano ancora dialogo se non moratoria, sapendo, forse con interesse, che così aumenta il costo delle opere pubbliche, ad evidente danno dei contribuenti.

                Abbiamo un’altra preoccupazione, seria, come cittadini e come associazione naturalistica ben più antica e disinteressata dei cosiddetti Verdi. Il no brigatista degli antagonisti e il no sistematico dei cittadini imboniti e succubi della suggestione di massa sono deleteri per coloro ai quali la qualità della vita nella salvaguardia della natura e del Creato stanno veramente a cuore, in un quadro di sostenibilità democratica per tutti, non solo per i più belli. Basti un esempio per capire. Noi siamo fermamente contrari ad altri campi eolici in zone di Argille Scagliose della Regione Emilia-Romagna per manifesta insostenibilità geologica. Ebbene, qualche sindaco, troppo invischiato negli affari, ci accusa di ecoterrorismo, facendo d’ogni erba un fascio, senza distinzione fra demagogia (o, peggio, delinquenza) e razionalità. Ecco, questi sono gli esiti deleteri a cui portano la mancata fermezza degli esecutivi nell’affermazione del bene comune e la succube titubanza politica nell’estirpare il bubbone dell’illegalità, salvo poche lodevoli eccezioni.

                                                                                                                                                             Gian Battista Vai

 

 

 

Prove di glaciazione

                Sono state nevicate soffici e minute, ma fittissime, sempre abbondantemente sotto lo 0°C, a partire dal 31 Gennaio fino al 13 di Febbraio. Sono state collegate quindi due date tradizionali per le tempeste invernali nel nostro Paese, la Candelora il 2 e la Madonna di Lourdes l’11 Febbraio. Ho imparato dalla sapienza popolare di mia nonna, fin da ragazzo, a scrutare il tempo, vigilare sulla neve e i precursori animali e vegetali della campagna. Clima e meteorologia mi hanno sempre affascinato. E così, una volta diventato geologo, mi sono occupato anche di paleoclimatologia e ricostruzione di antichi ambienti.

                Ci sono due tipi di arbusti comuni in tutti i giardini di Romagna e di Bologna. Il gelsomino giallo e il calicanto, ambedue a fioritura media natalizia. Quest’inverno hanno cominciato, timidamente, a sbocciare a fine Gennaio, con oltre un mese di ritardo, e sono ancora in piena fioritura oggi 7 Marzo 2012, a dispetto dell’autunno e primo inverno relativamente tiepidi. Era capitata la stessa cosa nel lontano 1985 (l’anno in cui gli ulivi d’Italia furono decimati e in Toscana e Romagna azzerati), e anche nel 1956 (l’anno che ha segnato i minimi di temperatura in gran parte d’Italia, forse solo battuti in qualche caso quest’anno). Ricordo bene, -13°C a Imola, ma -22 a Conselice nel 1956.

                Integrando i dati Arpa Emilia-Romagna sulla neve caduta dall’1 al 12 Febbraio 2012 con quelli del 31 Gennaio, si raggiungono 3 m a Novafeltria in Val Marecchia, 1,6 m a Forlì, 1 m a Ravenna e Bologna, 80 cm a Modena, 60 cm a Reggio Emilia, 40 cm a Parma, 32 cm a Piacenza. Sia il gelo che l’umidità, evidentemente, venivano da Est. Come da Est veniva la bora che ha spazzato Trieste per due intere settimane con punte di 170 km/h e con le lagune di Grado e di Venezia ghiacciate come nel 1929, di cui dirò. Ai primi di Marzo le massime sono state gradevoli, oltre le medie, con le minime basse e l’escursione termica grande. Magari la prossima estate sarà torrida come quella del 1958. Ma per ora le forsitie, che con Marzo a Bologna fioriscono, hanno ancora le gemme secche. Ritarderanno la fioritura di almeno due settimane, forse perché temono ancora il gelo. E a conferma, in questi giorni è nevicato a Gerusalemme.

                Qualcuno dice di non ricordare tanta neve in Romagna come in quest’anno e in quello passato. Ma non è vero. Del 1929 i vecchietti del mio paese, Borgo Tossignano, oltre al terremoto ricordavano i camminamenti fra due muraglie di neve, e in alcuni passaggi sopravvento, addirittura, i tunnel scavati nei cumoli di neve superiori ai 3 metri. E anche in quella occasione l’inverno fino a Febbraio era stato tiepido.

                Qualcuno (anche fra gli addetti di corta memoria) è stato sorpreso della durata delle nevicate e del gelo. Ma non è certo il caso di Bologna, dove la neve a terra per un mese e oltre (quindi con temperature diurne prossime allo 0°C) è comune. Ricordo come fosse oggi l’inverno 1971 o 1972. Il ritmo delle nevicate in quell’inverno era modulato sul fine settimana, il che mi permetteva di sciare su piste caserecce dei colli fra Borgo Tossignano e Fontanelice per sei fine settimana consecutivi. Quelle però erano nevi meno secche, con temperature minime di poco sotto 0°C.

                Se qualcuno dubita della serietà di questi ricordi, si rechi sui posti indicati e chieda della “Spuivròsa”, in italiano la Spolverosa, un versante a dorso di mulo, sempre più ripido scendendo, esposto a nord, che da circa 500 m di quota porta fin quasi ai 120 m presso Borgo Tossignano. Quel versante conserva la neve più a lungo degli altri, e la sua neve è più solida e farinosa (polverosa in dialetto popolare) perché riparato dal sole e battuto dalla tramontana e dai gelidi grecale e buran che arrivano dall’Adriatico e dalla porta del Carso. Ci si sciava dall’anteguerra fino al 1959, ci sciavo negli anni ’70, ci sciavano negli anni ’80, hanno ripreso a sciarci negli ultimi due inverni nevosi sulla Spuivròsa.

                In sostanza, nel mio ricordo ci sono stati cicli quasi undecennali con picchi di neve per lo più pesante (temperature prossime allo 0°C) e cicli circa trentennali con nevicate eccezionali per abbondanza e durata, molto secche per essere accompagnate da gelo intenso intorno ai -10°C. Naturalmente questa è la faccia fredda della medaglia climatica, controbilanciata da calure intense o eccezionali ritmate alla stessa maniera negli anni ’30, ’50, ’80 e 2003 (e seguenti).

                Se risaliamo invece a prima del 1850, il quadro cambia, perché ritorniamo nella Piccola Età Glaciale, quando spesso le estati si facevano desiderare o mancavano del tutto. Va ricordato che ancor prima ci sono stati nel 1100–1200 d. C. e al tempo dei Romani secoli mediamente più caldi di quello nostro ultimo.

                Quei cinque lettori che mi avranno seguito fin qui si chiederanno dove voglia andare a parare questo discorso, visto che loro, i più pazienti, forse sono i più attenti a tutta la pubblicità o vera propaganda anche commerciale e non più solo ideologica sul cosiddetto climate change.  Rivedere come sempre sugli schermi i volti sorridenti e preoccupati di alcune vestali di questa religione, dai nomi evocativi di scienza d’altri tempi, affannarsi a spiegare che sì gelo e neve sono sempre indice del riscaldamento che avanza battendo i record del freddo in Europa come in Siberia, faceva l’impressione di voler vendere indulgenze a Lutero. Ecco allora a quei cinque lettori e anche a me viene il dubbio che il cambiamento climatico non ci sia come viene strombazzato dalla lobby dei meteorologi, ma seguendo i suoi soliti ritmi mutevoli come nel passato geologico.

                Quel mezzo grado C di riscaldamento medio dal 1850 ad oggi potrebbe essere dovuto solo al passaggio dalla Piccola Età Glaciale a una fluttuazione più calda. Sarebbe anche influenzato dall’effetto duomo termico causato dalla diffusione del condizionamento che caratterizza gran parte dei siti di campionatura della temperatura. Prova certa che tale aumento sia effetto prevalente dell’attività umana piuttosto che di fluttuazione ciclica dell’insolazione non c’è ancora. L’unico fatto accertato è l’aumento del tenore di CO2 nell’atmosfera. A quali fattori sia imputabile è incerto. Come pure dibattuta è la questione perché a questo aumento non corrisponda una fusione media significativa dei ghiacci polari tale da alzare il livello degli oceani. Viene il sospetto che la campagna contro la CO2 sia una mistificazione. Tanto che i massimi produttori USA, Cina e India non hanno firmato il trattato di Kyoto. Sia chiaro, è sacrosanto combattere l’inquinamento da gas tossici, veleni, polvere sottili e simili. Ma la CO2 non è un inquinante, anzi è la materia prima per produrre sostanza organica vegetale e quindi animale.

                Scientificamente più probabile del riscaldamento globale di derivazione antropica è il fatto che il mondo tende a ritornare verso un glaciale perché la durata media geologica di un interglaciale – circa 10.000 anni – sta per scadere o è già scaduta. Le gelate trentennali, come quella che abbiamo appena vissuto, sono l’araldo che ce lo ricorda. Che l’alto livello di CO2 non sia allora una provvidenziale opportunità, chiunque la sta causando, per rimandare o attenuare gli effetti della prossima età glaciale? Per i Comuni italiani questa sarebbe assai più costosa di mezzo grado di aumento della temperatura media! Pensando a questa alternativa, forse  d’ora in poi daranno meno ascolto alle vestali del catastrofismo climatico.

                8 Marzo 2012                                                                                                                  Gian Battista Vai

Museo Geologico Giovanni Capellini

via Zamboni, 63 40126 Bologna

Orario di apertura al pubblico:

Dal lunedì al venerdì dalle ore 9:00 alle ore 13:00

Sabato, Domenica e Festivi dalle ore 10:00 alle 18:00

Chiusure: 1 Gennaio, 1 Maggio, 15 Agosto, 24 e 25 Dicembre.

Per informazioni:

tel. 051 2094555
email: gigliola.bacci@unibo.it

Per le scuole:

Per concordare data e percorso didattico, visitare la sezione Aula Didattica e telefonare al numero 0512094593.

Giuseppe Cosentino

Elide Schiavazzi  elide.schiavazzi@unibo.it

 

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