N&MMar14 - Lezione energetica - Frane di crollo

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Lezione energetica

 

Nell’ultimo vertice europeo di Marzo 2014, sotto l’incalzare del plebiscito/annessione della Crimea alla madre Russia imperiale di Putin, la gallina dalle uova d’oro, certamente non sospetta, quale il cancelliere Anghela Merkel ha preso di sorpresa solo gli ingenui romantici verdicoli, per fede o interesse. Dopo aver realisticamente sfruttato il nucleare, ammansito e turlupinato i suoi Verdi con lo sviluppo dell’eolico all’Est, funzionale alla riunificazione della Germania (chi se ne importa se l’Italia senza strategia energetica ha sprecato miliardi nell’eolico, anche a favore dei tedeschi; tanto al momento opportuno ci penserà lei a farla risparmiare!), adesso ritorna all’ovile americano (nonostante lo spionaggio elettronico, con queste Valchirie non si sa mai!). I russi per ritorsione alle sanzioni per la Crimea chiudono i rubinetti del gas? E allora noi compriamo il gas dagli americani, risponde Frau Merkel. Tanto, gli americani con lo shale gas (sì, quello ottenuto col fracking!) adesso nuotano nell’oro nero-azzurro, e forse potranno fare prezzi concorrenziali anche rispetto a quelli degli oligarchi russi costretti al niet.

Ma il petrolio e il gas non stavano per finire? Non contribuirebbero forse al deterioramento della salute del pianeta? Evidentemente la coriacea alemanna sa che la politica è altra cosa dalla ideologia, e ciò che sosteneva ieri si basava più sulla convenienza che sulla convinzione. E se l’Italia invece se ne era convinta, come il Giappone peraltro, chi se ne importa! Due concorrenti in meno! E così, anche così, la Germania va a gonfie vele e detta le condizioni agli stupidi, che come tali, se si lamentano, appaiono ancora più stupidi. Peccato che stupidi, ingenui e sognatori continuino a essere ascoltati, e chi li contesta venga snobbato.

 

Frane di crollo

 

Gli ultimi quattro anni sono stati segnati da due cicli nevosi eccezionali per quantità e alternatisi con due inverni/primavere di pioggie intense e prolungate in Emilia e Romagna, prima a Est poi a Ovest. L’intero Nord America quest’anno sta ancora penando sotto la neve e il ghiaccio, come non si ricordava da un decennio. L’inverno, invece, è stato assai mite nella nostra penisola, portando in compenso continue precipitazioni nelle Alpi e nevicate imponenti nell’ordine delle decine di metri.

Queste, è chiaro a tutti, sono le condizioni ideali per generare nuove frane e riattivarne di vecchie e mascherate, specialmente in un’area geologicamente giovane, facilmente erodibile e assai acclive come sono gli Appennini e le Alpi. Forse, invece, è meno noto, anche agli amanti della natura, che queste condizioni favoriscono in modo speciale le frane di crollo in massa da ripide pareti rocciose, in misura solo superata dallo scuotimento provocato da terremoti.

Soltanto nel giro di poche settimane, nella distanza di soli 100 km dal Bolognese al Riminese, in concomitanza con piene imponenti ma non eccezionali, registriamo tre frane di crollo esemplari: a San Leo, a Borgo Tossignano, e a Pianaccio, in tre contesti geologici diversi, Calcare di San Marino, Gessoso Solfifera, Arenarie del Cervarola rispettivamente. Comune ai tre casi è il pendio accentuato quasi verticale, il dislivello, la evidente ricorrenza del processo, testimoniata dall’accumulo di massi della stessa roccia al piede delle pareti. Nulla di sorprendente, nulla di artificiale, nulla di antropico. Sarebbe innaturale attendersi il contrario. Sarebbe improponibile la “messa in sicurezza”, anche se tecnicamente fattibile ma insostenibile sul piano economico e naturale (la dinamica di erosione, trasporto, sedimentazione). Ma, mi chiedo,

abbiamo reale coscienza di questa naturale pericolosità, della relativa vulnerabilità di parte di quei territori, e del rischio che corriamo avvicinandoci a quelle pareti?

Ripide pareti rocciose sono l’indice più rivelatore che un distacco di roccia lungo quel piano residuo è avvenuto da poco tempo (decine o al massimo centinaia di anni); altrimenti la parete si sarebbe addolcita. Se c’è stato un distacco, lì doveva esserci una frattura, magari solo microscopica ma già aperta. Se c’era una frattura aperta, ce ne devano essere altre più o meno marcate, più o meno parallele fra loro e parallele alla faglia principale che si trova più vicina all’ammasso roccioso. Sissignori! Perché anche qui, come per i terremoti, ci sono quasi sempre faglie, ancora capaci di favorire movimenti fra masse rocciose.

Una prova elegante di quanto appena detto è apparsa subito dopo la grande frana di San Leo. La nuova parete verticale lasciata in vista a frana avvenuta non aveva e non ha il colore della roccia fresca del Calcare di San Marino (biancastro-giallino). Era intensamente colorata di toni ocracei rossastri, ossidi e idrossidi di ferro prodotti per alterazione della roccia ad opera della lunga infiltrazione di acque meteoriche entro la frattura nascosta ma aperta (i geologi le chiamano fratture beanti). La frattura, cioè, aveva avuto modo e tempo di arrugginirsi e allargarsi, dopo ogni fase di gelo (con pressione che allontana le pareti) e disgelo.

L’aggravante in questi casi è dato dalla variazione della condizioni al piede della parete rocciosa litoide. Se al piede, come spesso avviene nell’Appennino Emiliano e Romagnolo, c’è una formazione incoerente (non cementata) e quindi facilmente erodibile dalla pioggia battente (come sono argille e marna), si formerà nel pendio una rientranza sempre più incavata, che isolerà fette sempre più larghe di parete rocciosa in bilico, senza più appoggio al suo piede. A fine inverno, dopo piogge prolungate e lungo stazionamento nevoso, queste fette di roccia litoide in bilico si impregnano di acqua nella porosità di fessurazione minore aumentando il loro peso anche oltre il 30%. Ciò provoca l’improvviso distacco della fetta appena il suo peso supera la forza di attrito residuo lungo la frattura aperta. Statisticamente, questo è lo svolgimento del processo. Deterministicamente è pressoché impossibile predire quando e in che punto o tratto della parete avverrà il distacco e il crollo. A meno che non sia già precostituita e visibile l’intersezione con la superficie di una delle fratture maggiori. In ogni caso, non sarà sempre sostenibile il monitoraggio e il consolidamento di tutte le pareti rocciose (si ricordino i crolli ricorrenti dalle pareti delle Dolomiti. Varrà forse la pena per la Rocca di San Leo o per la Badia di Volterra, dopo che la chiesa di San Giusto al Botro venne ingoiata per arretramento della parete delle Balze dal 1614 al 1648 (durante la Piccola Età Glaciale). Ma per quanti secoli ancora?

Saranno importanti e necessarie tutte le misure di prevenzione passiva, di educazione al rischio, di segnalazione per evitare tali pericoli naturali, letteralmente incombenti.

 

Gian Battista Vai

 

Museo Geologico Giovanni Capellini

via Zamboni, 63 40126 Bologna

Orario di apertura al pubblico:

Dal lunedì al venerdì dalle ore 9:00 alle ore 13:00

Sabato, Domenica e Festivi dalle ore 10:00 alle 18:00

Chiusure: 1 Gennaio, 1 Maggio, 15 Agosto, 24 e 25 Dicembre.

Per informazioni:

tel. 051 2094555
email: gigliola.bacci@unibo.it

Per le scuole:

Per concordare data e percorso didattico, visitare la sezione Aula Didattica e telefonare al numero 0512094593.

Giuseppe Cosentino

Elide Schiavazzi  elide.schiavazzi@unibo.it

 

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