N&Mnov10.93 - Novembre, tempo d’alluvioni (Vicenza, Padova, Verona, Salerno)

N&Mnov10.93

Novembre, tempo d’alluvioni (Vicenza, Padova, Verona, Salerno)

Gian Battista Vai

Alma Mater Studiorum - Museo Geologico Giovanni Capellini

            Nella mia personale esperienza ricordo i vecchi malgari carnici che ben conoscevano i 30 giorni di piogge ripetute e prolungate note come “montana dei morti”. Non devono quindi sorprendere le alluvioni di novembre.

            Ricordo Firenze, 4 Novembre 1966 (200 mm in 24 ore), con tragici effetti anche in Romagna, Polesine, Veneto (200 mm in 48 ore), e Trentino. Ma analoga alluvione colpì Firenze il 3 Novembre 1844. Quasi che le alluvioni abbiano una memoria.

            Il 2 Novembre 2010 è toccato a Vicenza e alla bassa veronese e padovana, con apice rovescio a Bovolenta (500 mm in 48 ore, quasi la metà della precipitazione annua). Danni per un miliardo, 500 mila coinvolti, 11 mila alluvionati, 200 mila animali morti nelle stalle. Due giorni dopo è toccato alla piana di Salerno e al Vallo di Diano, con 500 mila senza acqua potabile. Ma nessuno ricorda che nell’Ottobre del 1954 Salerno contò 5.500 senza tetto e 567 morti.

            Ricordo ancora le alluvioni emiliane del 1972-73 e del 1977-78, specialmente nella pianura modenese, a cui hanno fatto seguito la costruzione di grandi casse di espansione per il Panaro e il Secchia. Ma il 3-4 Gennaio 1973 avviene anche la seconda maggior alluvione postbellica della Calabria Ionica, con la seconda grande frana della Fiumara Bonamico e la nascita per sbarramento del Lago Costantino, non ancora interrato oggi.

            Ricordo anche il 1951. Si comincia il 15-18 Ottobre con la prima grande alluvione postbellica della Calabria Ionica e la prima grande frana della Fiumara Bonamico, la frana a distruzione di Africo, la frana a estinzione di Pentedattilo. Segue il 14 Novembre l’alluvione del Polesine e dell’Isola di Ariano, con 180 mila senza tetto. Ogni paese e casa di Romagna, inclusa la mia, ospitarono fino a Pasqua una famiglia di sfollati.

            Le perturbazioni atlantiche estreme, responsabili di queste alluvioni, hanno evidentemente una copertura almeno nazionale. Grandi alluvioni però non avvengono solo in autunno. E possono essere più localizzate. Quella della Valtellina, 2 Luglio 1987, e quella di Sarno, 5 Maggio 1998 (150 morti), ad esempio, sono eccentriche,

            C’è poi uno stillicidio di eventi locali, sempre estremi, che si ripetono ogni anno, anche se in luoghi diversi. Gli ultimi sono avvenuti nel Milanese, in Versilia, a Genova, nel Carrarese in questo anno.

            Ho già scritto in passato di una ricorrenza locale di piene, alluvioni e frane a periodo undecennale, e soprattutto di una ricorrenza regionale/nazionale di alluvioni centennali, fra l’altro curiosamente concentrate a metà dei secoli. Rientrano in questo quadro le piene storiche (autunnali (o primaverili) del 1557, 1654, 1756, 1851, e 1950-51 appunto. Va aggiunto che un fattore importante di rischio alluvione sono abbondanti nevicate precoci (ottobre) seguite da intense piogge con rialzo termico.

            Diversamente da quanto si crede, il numero maggiore di alluvioni e frane in Italia è avvenuto dal 1550 al 1850 per effetto di un cambiamento naturale (Piccola Età Glaciale) e di una concomitante attività antropica (disboscamento generalizzato). Un altro periodo di imponenti alluvioni è stato la fine dell’Impero Romano e l’Alto Medioevo, quando ad esempio, la Mutina romana è stata sommersa da fango e alluvioni fluviali con spessori fino a 9 m, su cui è costruita la nuova Modena a partire dai secoli XI-XII.

            L’incremento dei danni da frane e alluvioni che registriamo nel dopoguerra è dovuto quindi solo all’aumento del rischio per eccesso di confidenza antropica, che porta all’occupazione di spazi che la natura vorrebbe riservati alla sua dinamica. Dinamica che è non solo idrologica, ma anche idrogeologica, geomorfologica e geologica.

            Cosa dire e cosa fare allora?

(1)   Prima di tutto dobbiamo convenire che, chi più chi meno, siamo tutti corresponsabili di questo aumento di rischio. Se vado ad abitare in una zona dove 50 anni fa c’era l’alveo di un fiume, mi dovrei preoccupare. Se la mia fabbrica è costruita a ridosso dell’argine artificiale del Bacchiglione che corre ben più in alto del mio tetto, mi dovrei preoccupare. Il problema è che non si ha memoria neppure di quanto è avvenuto 10 anni fa.

(2)   Non credo molto alla via giudiziaria. Prevedere che a Vicenza invece che a Padova cadranno 100 mm di pioggia in un’ora, invece di 10, non è ancora alla portata dei meteorologi, e anche un allarme in tempo reale sarà sempre tardivo per i beni (ma non per le vite umane). E anche quando le previsioni vengono azzeccate e gli allarmi sono diramati, come di fatto avviene in Italia, l’ascolto non è proprio attento o condiscendente.

(3)   Credo invece alla prevenzione. Gli argini dei corsi di acqua pensili vanno mantenuti integri e adeguati. Non è ammissibile che vengano sifonati per i cunicoli delle nutrie infestanti. Gli alvei pensili vanno ripuliti dei sedimenti di fondo. Gli alvei incisi, invece, non vanno toccati; si devono rinaturalizzare spontaneamente per ridurre la velocità delle piene. Vanno realizzate casse di espansione sagomate come scolmatori di minima che impediscano la risalita della piena oltre un certo livello prefissato per ogni corso d’acqua e canale artificiale.

(4)   Nuovi insediamenti (case singole, lottizzazioni, aree industriali, infrastrutture, ecc.) vanno ubicate solo in zone storicamente non inondate e ritenute oggi non inondabili.

(5)   Insediamenti che già si trovino in zone inondabili vanno mantenuti a condizione che siano altamente produttivi e redditizi, e possano quindi compartecipare a forme miste pubblico/private di (ri)assicurazione. Quelli non sufficientemente redditizi vanno indirizzati alla smobilitazione con incentivi, magari in occasione di inondazioni catastrofiche, recuperando la loro superficie all’uso di casse di espansione.

(6)   La proclamazione governativa dello stato di calamità e l’indennizzo dello Stato va graduato in funzione della percentuale di naturalità della catastrofe. Fatti salvi gli aspetti sociali degli indennizzi, sarà preferibile rifinanziare attività produttive ad alta redditività, condizionandole ad una localizzazione meno pericolosa.

(7)   I comuni e le loro frazioni individuate da cartelli stradali, invece di proclamare inutilmente e ideologicamente  la loro scelta antinucleare, farebbero opera di educazione sociale segnalando  come segno di onestà se si trovano in area inondabile e storicamente inondata.

(8)   Da ultimo su Salerno, non è ammissibile che ingegneri possano progettare acquedotti come quello del basso Sele con una tale carenza di competenze idrauliche e senza un controllo dirimente e vincolante di un geologo. Quei megalitici supporti di cemento scalzati al piede in mezzo all’alveo con le condotte divelte sono la dimostrazione esemplare che non basta calcolare i parametri delle strutture edili e meccaniche. Bisogna anche conoscere e prevedere la dinamica sedimentologica e geologica. E questo l’ingegnere non è preparato a farlo e deve lasciarlo fare ad altri professionisti: i geologi appunto.

Museo Geologico Giovanni Capellini

via Zamboni, 63 40126 Bologna

Orario di apertura al pubblico:

Dal lunedì al venerdì dalle ore 9:00 alle ore 13:00

Sabato, Domenica e Festivi dalle ore 10:00 alle 18:00

Chiusure: 1 Gennaio, 1 Maggio, 15 Agosto, 24 e 25 Dicembre.

Per informazioni:

tel. 051 2094555
email: gigliola.bacci@unibo.it

Per le scuole:

Per concordare data e percorso didattico, visitare la sezione Aula Didattica e telefonare al numero 0512094593.

Giuseppe Cosentino

Elide Schiavazzi  elide.schiavazzi@unibo.it

 

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