N&MNov2009 - Le Dolomiti patrimonio dell'umanità

N&MNov2009

 

LE DOLOMITI PATRIMONIO DELL’UMANITA’

 

Gian Battista Vai

 

Ai tempi di Leonardo si chiamavano Monti Pallidi. E nessuno mi toglie dalla mente che alcuni dei sublimi sfondi alpestri senza fine di qualche dipinto di Leonardo siano stati ispirati proprio da viaggi attraverso i Monti Pallidi. Si pensi al candore perlaceo “azzurrigno” – tanto per usare un termine leonardesco – della Sant’Anna del Louvre, in cui pare scorgersi il profilo svettante del Cimon della Pala, come lo si vede dai dintorni del Passo di San Pellegrino prima di scendere a Falcade, nel Gruppo delle Pale di San Martino. I monti sono pallidi rispetto al verde intenso e profondo dei prati e delle abetaie, e per il variare dei colori pastello delle pareti rocciose dall’alba al tramonto. I prati e le foreste crescono sul ricco terreno frutto della disgregazione di rocce vulcaniche, le pareti nude di roccia si ergono verticali e fresche dopo ogni scuotimento naturale per la loro dura fragilità lungo le fitte stratificazioni  tabulari e fratture verticali che le tagliano.

Poi nacque Déodat Gratet de Dolomieu (1750–1801) che proprio al minerale più comune dei Monti Pallidi, visitati durante il suo peregrinare italico, la dolomite romboedrica (carbonato doppio di calcio e magnesio), lasciò in eredità il nome del suo nobile casato delfinese. Geniale, stravagante, avventuriero e scienziato eminente, si può ben dire che egli apprende la mineralogia viaggiando nelle regioni del Mediterraneo e soprattutto in Italia, dove conoscerà anche l’onta della prigione messinese che lo porterà a morte prematura.

Agli inizi dell’Ottocento, sulla scia di Dolomieu, sono i geologi e i naturalisti gli studiosi che guidano la scoperta delle Dolomiti con il grande Alexander von Humboldt in testa. Seguono guide, libri di viaggio e illustrazioni di quelle montagne uniche che all’interno del Viaggio in Italia o del Grand Tour diventano un capitolo d’obbligo e conducono diritti al libro The Dolomite Mountains di Gilbert e Churchill (1864), che fanno del minerale battezzato da Dolomieu il nuovo nome dei Monti Pallidi (The Dolomite Mountains. Excursions through Tyrol, Carinthia, Carniola, and Friuli, in 1861–3. By Josiah Gilbert and G. C. Churchill, F.G.S. 8vo. Longman, 1864: pp. 576).

E così tutte le leggende e il fascino dei Monti Pallidi si sono trasmessi al nuovo nato, le Dolomiti. Non ci si deve sorprendere per un nome così giovane. In fondo anche il nome geologia ha compiuto appena 400 anni da quando Ulisse Aldrovandi lo inventò proprio qui a Bologna nel 1603.

D’altra parte, se le rocce che le compongono sono geologicamente vecchie – si sono formate nel Paleozoico superiore e nel Mesozoico fra circa 270 e 65 milioni di anni fa – le forme delle Dolomiti sono più giovani di 20 mila anni e già 5000 anni fa Oetzi le vedeva simili a oggi dal Similaun. Simili – si badi bene – non uguali, perché le Dolomiti devono il loro fascino di supremo monumento della natura ai crolli frequenti delle loro pareti, frequenti almeno quanto i terremoti che dal Garda a Tarvisio spesso le scuotono (si ricordi la polemica fra Messner e i geologi due anni fa, con echi anche su Natura & Montagna). E le pareti si mantengono proprio grazie alla composizione e tessitura della roccia e all’assetto prevalentemente tabulare della stratificazione e verticale della fatturazione.

E’ la geologia quindi il fattore primario che genera il fascino delle Dolomiti, e i geologi ne sono gli scopritori. Sulla geologia si innestano tutti gli altri fattori che hanno concorso, a partire da essa, ad assicurare il riconoscimento dell’Unesco, tardivo solo quanto tardivo è, in genere, l’impegno dell’Italia nel valorizzare il suo patrimonio. Accenniamo solo ad alcuni dei motivi specifici del riconoscimento: bellezza panoramica, specificità geologica, identità paesaggistica riflessa nell’unità culturale delle popolazioni a prescindere dalla lingua (convergenza culturale italo-ladino-tedesca),  varietà e identità dei gruppi montuosi dolomitici, presenza dell’orso, patria del legno degli Stradivari, canyon permiano del Blaetterbach, cori alpini e concerti d’alta quota.

L’Unesco (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, le Scienze e la Cultura, fondata nel 1945) prevede 10 criteri per inserire un bene nella World Heritage List, quando il sito proposto ne disponga di almeno uno. Le Dolomiti ne soddisfano due:

(a)    fenomeni o aree di bellezza naturale eccezionale e di importanza estetica

(b)   esempi eccezionali della storia della Terra, compresi la presenza di vita, processi geologici o caratteristiche geomorfiche o fisiografiche significative.

Per il primo, basti dire che, dopo Dolomieu, altri pionieri della geologia moderna rimasero affascinati dalla bellezza di quelle montagne come testimoniano i loro scritti, i disegni e le prime  fotografie. Per il secondo, le Dolomiti contengono alcune delle sezioni stratigrafiche di riferimento per il limite Permiano/Triassico (quello della massima estinzione nella storia della vita sulla Terra) e per i piani del Triassico, e sono famose per esporre alcune fra le più belle scogliere coralline fossili del mondo. Sono anche una palestra di geomorfologia per l’azione combinata di erosione, tettonica e variazioni climatiche (glaciazioni e optima climatici alternanti). Non sappiamo se anche il ricordo di Dolomieu ha contribuito al voto unanime di inserimento delle Dolomiti nella lista dell’Unesco (forse ha confortato i membri francofoni del Comitato). Certamente Dolomieu vedrà la propria fama rinverdita da questa decisione.

Sono stati molti i peana di plauso nazionali, regionali e provinciali. Ma non sono mancati segnali sdegnosi di dissenso delle solite associazioni verdi, come Mountain Wilderness e Legambiente che, rivendicando la primogenitura dell’idea (con Messner) ne avrebbero voluto una formulazione integrale (con i fondovalle e gli abitati) e non limitata ai nove gruppi montani come beni in serie. Col rischio di non favorire la concordia fra i proponenti e di sabotare la riuscita della candidatura. Ora Messner plaude, ma dipenderà da come verrà gestito il progetto.

La lista dell’Unesco, concepita a Parigi nel 1972 e attuata nel 1978, contiene oggi 890 beni di cui il 75% sono culturali, 22% sono naturali e 3% sono misti. L’Italia è in testa con 44 beni, davanti a Spagna con 41. Non ci si lasci ingannare. Fino al Giugno 2009 dei tanti siti italiani solo uno era naturale, le Isole Eolie. Tutti gli altri erano culturali: omaggio, certo, al nostro sterminato patrimonio storico-artistico, ma frutto anche di quello squilibrio fra cultura umanistica e cultura scientifica che dall’Ottocento caratterizza il Bel Paese, culla della scienza. Ora, col riconoscimento alle Dolomiti i siti naturali fanno due, sempre pochi rispetto a 42.

Naturalmente la lista dell’Unesco non è la Bocca della Verità, e, oltre ai pregi, riflette vistosamente anche i difetti propri e dell’organizzazione madre, l’Onu, quali il terzomondismo, l’ambientalismo spinto, il relativismo, le lobbies nordiche, come ben scrive Edoardo Castagna nell’Agorà Domenica di Avvenire del 22 Novembre 2009. Ma sarebbe opportuno aggiungere anche la latitanza dei paesi latini mediterranei e la debolezza culturale dei geologi rispetto alle potenti lobbies archeologiche e fisiche. In attesa di partecipare più attivamente alle organizzazioni internazionali e migliorarle dall’interno, teniamoci la lista così come è: forse è meglio di nulla.

Nel 2000, quando l’Italia concorreva a Rio de Janeiro per ottenere l’assegnazione del 32° Congresso Geologico Internazionale del 2004, a 123 anni dalla celebrazione del 2° nel 1881 proprio qui a Bologna dove Giovanni Capellini lo aveva concepito fin dal 1874, fra i 40 siti geologici offerti per le escursioni del Congresso figuravano proprio le Dolomiti e le Isole Eolie. Segno che la sensibilità dei geologi italiani collimava strettamente con quella del Comitato dell’Unesco. Ma è anche segno che regioni, province e comuni , con il concorso del Governo italiano, devono fare molto di più per promuovere il loro patrimonio naturale a cominciare da quello geologico, già largamente apprezzato dagli specialisti. E’ positivo, comunque, che nella lunga serie di beni culturali italiani inclusi nella World Heritage List (vedi appendice) tanti nomi rimandino a beni naturali che, arricchiti dall’opera dell’uomo, sono divenuti beni culturali da salvare come patrimonio dell’umanità. E lo stesso vale per i beni italiani già candidati e in attesa di riconoscimento, a cominciare dai portici di Bologna, legati attraverso l’opera di Giuseppe Monti alla fondazione del primo museo di paleontologia nel settecentesco Istituto delle Scienze marsiliano e alla prima descrizione di una inclusione fluida in una roccia fossilifera trovata nello scavo delle fondazioni del portico lungo la salita di San Luca. Il secondo candidato in attesa è il centro storico di Parma. A questo punto, e ricordando che uno dei 10 criteri dirimenti è geologico, non si può fare a meno di rilevare lo scarso impegno della Regione Emilia-Romagna nel promuovere i suoi beni naturali geologici quali la Vena del Gesso, le torbiditi della Formazione Marnoso-arenacea, le Argille Scagliose, le salse, per citare i maggiori. Ciò è tanto più sorprendente a fronte di una regione oggettivamente in prima linea in Italia e in Europa nell’attività di Servizio Geologico, Sismico e dei Suoli, e che per prima ha attivato e dispone di un noto Istituto dei beni Culturali e Naturali. Speriamo che questa sia l’occasione per una salutare e doverosa presa d’atto e per aprire un nuovo capitolo di attività che assicuri alla Regione e a Bologna i riconoscimenti che la storia della scienza e della cultura le hanno già accreditato.

 

 

 

Appendice (dalla Unesco World Heritage List)

 

1979 Rock Drawings in Valcamonica near Brescia

1980 Santa Maria delle Grazie with "The Last Supper" by Leonardo da Vinci

1982 Historic Centre of Florence

1987 Venice and its Lagoon

1987 Piazza del Duomo, Pisa

1980, 1990 Historic Centre of Rome, the properties of the Holy See in that city enjoyning extraterritorial rights, and San Paolo Fuori le Mura

1990 Historic Centre of San Gimignano

1993 I Sassi di Matera

1994 Vicenza, the City of Palladio and the Villas of the Veneto

1995 Historic Center of Siena

1995 Historic Center of Naples

1995 Ferrara

1995 Crespi d'Adda

1996 Castel del Monte

1996 Trulli of Alberobello

1996 Early Christian Monuments and Mosaics of Ravenna

1996 Historic Centre of the City of Pienza

1997 The 18th-Century Royal Palace at Caserta with the Park, the Aqueduct of Vanvitelli, and the San Leucio Complex

1997 Residences of the Royal House of Savoy

1997 Botanical Garden (Orto Botanico), Padua

1997 Cathedral, Torre Civica and Piazza Grande, Modena

1997 Archaeological Areas of Pompei, Herculaneum, and Torre Annunziata

1997 Villa Romana del Casale

1997 Su Nuraxi di Barumini

1997 Portovenere, Cinque Terre, and the Islands (Palmaria, Tino and Tinetto)

1997 The Costiera Amalfitana

1997 Archaeological Area of Agrigento

1998 Cilento and Vallo di Diano National Park

1998 Historic Centre of Urbino

1998 Archaeological Area and the Patriarchal Basilica of Aquileia

1999 Villa Adriana

2000 Aeolian Islands

2000 Assisi

2000 City of Verona

2001 Villa d'Este, Tivoli

2002 Late Baroque Towns of the Val di Noto

2003 Sacri Monti of Piedmont and Lombardy

2004 Etruscan Necropolises

2004 Val d'Orcia

2005 Syracuse and the Rocky Necropolis of Pantalic

2006 Genoa: Le Strade Nuove

2008 Mantua and Sabbioneta

2009 The Dolomites

 

 

 

 

 

 

Museo Geologico Giovanni Capellini

via Zamboni, 63 40126 Bologna

Orario di apertura al pubblico:

Dal lunedì al venerdì dalle ore 9:00 alle ore 13:00

Sabato, Domenica e Festivi dalle ore 10:00 alle 18:00

Chiusure: 1 Gennaio, 1 Maggio, 15 Agosto, 24 e 25 Dicembre.

Per informazioni:

tel. 051 2094555
email: gigliola.bacci@unibo.it

Per le scuole:

Per concordare data e percorso didattico, visitare la sezione Aula Didattica e telefonare al numero 0512094593.

Giuseppe Cosentino

Elide Schiavazzi  elide.schiavazzi@unibo.it

 

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