N&MOtt11 - Processate gli speculatori non gli scienziati

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PROCESSATE GLI SPECULATORI NON GLI SCIENZIATI

 

E’ comodo accusare gli altri, indiscriminatamente, quando si è al riparo da ogni responsabilità. I giudici si confermano la vera, unica casta di questo paese, finché non dovranno, anche loro, rispondere di responsabilità oggettiva per le loro decisioni. Fino ad allora lo spirito dell’articolo 3 della Costituzione, secondo cui tutti i cittadini sono eguali davanti alla legge, non sarà rispettato e non sarà facile avere sempre giustizia.

            Anche Salomone, l’insuperato giudice, non chiede a Dio l’impunità, e neppure il privilegio, ma l’umiltà e la saggezza (“ … un cuore docile perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male”). Troppo spesso invece i nostri giudici sembrano adorare il feticcio narcisista della giustizia che ha nome giustizialismo.

            Certo, i giudici devono rendere giustizia al popolo e ai suoi morti. Ma in questo caso per farlo, invece e prima di processare chi ha l’oggettiva responsabilità dei morti del terremoto dell’Aquila, se la prendono con chi le previsioni, quelle solo probabilistiche fattibili, le aveva già fatte, come riconosce anche una recente presa di posizione del Forum della FIST a Torino, il 23 Settembre 2011, fatto proprio dall’Accademia dei Lincei. Se la prendono con quegli scienziati che sono stati artefici di tutto il patrimonio della Protezione Civile italiana dalle infrastrutture, alla filosofia, e alla pratica. Con l’alibi di dare giustizia al popolo, i giudici non sanno che riaffermare la loro presunzione di dare lezione di diritto a tutti, indistintamente, non di diritto romano però, ma di quel diritto bizantineggiante e sofistico che Manzoni ha immortalato nella figura dell’Azzeccagarbugli. Ma qui, prima di tutto, bisognerebbe dare lezione di scienza e di umiltà.

            Non mi è venuto in mente nient’altro che l’Azzeccagarbugli leggendo le 224 pagine del rinvio a giudizio che tutti possono trovare sul web. Prosa pulita, senza un errore di grammatica, di sintassi e uno solo di dattilografia. Eppure caso esemplare, da mostrare agli studenti, su come non si dovrebbe scrivere una relazione, in particolare se si deve incriminare qualcuno, ricercare una verità, rendere giustizia; a meno che non ci siano altri fini, già pregiudizialmente e lucidamente architettati: uno dei tanti “teoremi”, a cui la giustizia di questo paese vuole troppo spesso abituarci. Si spiegano così la prolissità, la pedanteria, l’inorganicità, la ripetitività ossessiva di quel testo concepito per incriminare degli scienziati per presunto difetto di comunicazione. Da che pulpito viene la predica. Il fatto è che quel pulpito ha non solo il potere di predicare, ma anche quello di incriminare, impunemente!

            Le due accuse sintetiche, estratte dal mare magnum delle parole e più comunemente riportate dalla stampa, sono: (1) aver dato “una valutazione del rischio sismico approssimativa, generica e inefficace in relazione all’attività della Commissione e ai doveri di prevenzione e previsione del rischio sismico”, e (2) aver divulgato “informazioni imprecise, incomplete e contraddittorie sulla pericolosità dell’attività sismica”.

Sarebbe agevole contestare la fondatezza e la coerenza di queste affermazioni presuntuose usando la stessa tecnica retorica del pm nel cercare di motivarle. Ma è assai meglio, e più educativo, contestarle coi fatti. Visto che si è documentato, il giudice avrebbe dovuto riconoscere che in centinaia di documenti scientifici ufficiali (carte geologiche, geodinamiche, strutturali, sismiche, libri e articoli su riviste scientifiche prestigiose), firmati da Barberi, Boschi, e altri incriminati, la pericolosità sismica dell’Aquila è conclamata (per intensità e magnitudo massima, tempo di ricorrenza, zone di amplificazione, ecc.) e quantificata da numeri precisi, e la vulnerabilità degli edifici storici e di quelli pubblici evidente e segnalata alle autorità centrali e locali con proposte ben precise in numerose occasioni. Non c’era nessun dubbio sull’entità del rischio. C’erano tutti i dubbi invece su quando e come un nuovo evento catastrofico sarebbe occorso. Questo è quanto la legge sulla Commissione Grandi Rischi e sulla Protezione Civile prevede, legge che proprio Barberi, Boschi, e tanti altri geologi e geofisici italiani hanno predisposto per l’approvazione del Parlamento.

Ne vuole una prova il pm? Basta riprendere la storia di Vittorini che fa da filo rosso all’articolo di Nature (v. 477, 2011). Naturalmente, a lui va la nostra solidarietà per la perdita dei familiari. Ma se lui avesse mantenuto l’insegnamento del padre, forse or non piangerebbe i suoi morti. Quando il padre avvertiva delle scosse, non rare all’Aquila, portava i figli a dormire in auto. Dopo i terremoti del Belice (1968) e del Friuli (1976) la comunità dei geologi e geofisici italiani cominciò una campagna di ricerche scientifiche applicate e di informazione educativa molto efficace, in seguito amplificata dal terremoto dell’Irpinia (1980). Poi, col crescere dell’INGV e della Protezione Civile (per invidia da un lato e generalizzazione delle normative restrittive dall’altro) è calato l’accesso alle fonti di informazione, sempre più mediate da giornalisti scientifici e semplici giornalisti, zelanti nell’orientare, limitare, interpretare il pensiero degli scienziati. Morale dell’apologo: il pm non si limiti alle interviste, ma consulti i documenti scientifici e la cartografia ufficiale. Avrà così modo di trovare (e con lui le autorità e i cittadini) documentazione completa della pericolosità sismica e della vulnerabilità degli edifici all’Aquila e in mille altri siti.

Si affannano i giudici a proclamare che loro non vogliono emettere accuse di cattiva scienza (bontà loro), ma di cattiva comunicazione della scienza. Ebbene, questo è falso. Accusare qualcuno in rapporto a presunti “doveri di previsione del rischio sismico” è, almeno ad oggi, attentare all’autonomia della scienza, violare la libertà del ricercatore, forzare la sua coscienza, e, per i giudici, trovarsi in palese contraddizione con i propri assunti appena proclamati. Cari giudici, fino ad oggi nessuno è in grado di prevedere deterministicamente come, dove, e quando un rischio sismico si attuerà. Se volete farne una norma giuridica, sappiate che sarebbe infondata, menzognera, e illusoria per le popolazioni. Cosa rimane allora della prima accusa? Nulla! E i morti? Se gli edifici fossero stati costruiti come si doveva, e come già richiedeva la legge per l’Aquila, le morti si sarebbero evitate. Lì si annidano i veri responsabili.

Passiamo alla seconda accusa: “informazioni imprecise, incomplete e contraddittorie sulla pericolosità dell’attività sismica”. Le parole sono pesanti perché sono calibrate nell’ambito del teorema che guida i giudici. Traduciamole in termini più comprensibili e meno strumentali. La domanda del pubblico sarebbe stata: “come si evolverà lo sciame sismico?”  Per rispondere, diciamo che in certe condizioni, ma non in tutte, c’è una probabilità fino al 2% che lo sciame porti a un terremoto importante. Se e come e quando avverrà è praticamente impossibile dirlo a priori. A posteriori, invece,si può fare la statistica che per definizione è solo probabilistica (niente sito, niente ora, niente magnitudo). E’ evidente allora che le risposte possano apparire “imprecise, incomplete” e anche “contraddittorie”, soprattutto in sede di interviste più o meno virgolettate, più o meno affrettate, più o meno strumentali e strumentalizzate. Cari giudici, la scienza è imprecisa, perfettibile, limitata (anche se qualche scienziato presuntuoso non è pronto ad ammetterlo), ma per lo più indispensabile; non potete quindi pensare di farla diventare risolutiva e onnipotente solo per decreto giuridico.

Poi va considerato il caso specifico di quella riunione anomala della Commissione. Da mesi imperversava, in buona fede, un tecnico, sismologo fai-da-te, che con misura di emissione di radon “prevedeva” il terremoto non all’Aquila, si badi bene, ma a Teramo (decine di km più lontano). La stampa, ci potevano essere dubbi, dava più seguito e credito alla mosca bianca che alla Commissione o agli scienziati. Si era creata una sorte di allarmismo in risonanza sull’allarme già in atto. Nel Codice c’è il reato di “procurato allarme”, con cui avevano dovuto fare i conti in passato gli allora responsabili della Protezione Civile Zamberletti e Barberi (sì, sempre lui). Ora, seguendo la logica della procura dell’Aquila, col senno di poi si potrebbe accusare il povero Giuliani (il misuratore del radon) di procurato allarme per il mancato terremoto di Teramo e di omicidio colposo per avere indirettamente tranquillizzato i residenti dell’Aquila. Certamente il primo, se non unico obiettivo della riunione della Commissione fu di controbilanciare gli allarmismi di Giuliani, elemento di confusione e disturbo in una situazione già allarmante di per sé, dove si sarebbe potuto configurare l’evacuazione sempre ipotizzata e sempre temuta per i suoi costi e rischi aggiuntivi di perdite umane, e che comunque sarebbe stata decisa in ultima istanza dalle autorità politiche.

In tutta questa storia, amara di per sé e poco edificante per molti aspetti, i due maggiori errori dei giudici istruttori sono stati (1) il voler dettare norme giuridiche alla scienza, vendendole come negligenze comunicative (che pure per qualche punto percentuale possono esserci state, ma che sono state marginali rispetto all’insieme dei fatti), e (2) l’aver ignorato completamente il contesto occasionale (Giuliani) e quello quarantennale in cui la ricerca sui rischi geologici e la loro mitigazione si sono sviluppati in Italia, in competizione con i massimi centri di ricerca geologica e sismologica nel mondo. Dove erano i giudici dell’Aquila quando schiere di giovani geologi, geofisici e ingegneri studiavano sul campo gli effetti dei terremoti del Friuli, Irpinia, Umbria, Marche, confortando le popolazioni e allestendo classificazioni di pericolosità e zonizzazioni di vulnerabilità? Dove erano quando Barberi bombardava con i mezzi dell’esercito le colate laviche dell’Etna per evitare l’incendio di Catania, rischiando l’incriminazione? Dove erano quando Boschi trasformava un sonnolento Istituto Nazionale di Geofisica nel più attrezzato sistema di monitoraggio e segnalazione sismologica e vulcanica euro mediterraneo, competitivo con quelli di Stati Uniti e Giappone? Quante vite ha salvato questo sistema al servizio della Protezione Civile durante le frequenti fasi di emergenza? Dove erano quando Barberi, Boschi, e il CNR proponevano ai diversi governi un grande piano di investimento per il recupero antisismico del patrimonio edilizio a cominciare dagli edifici pubblici e da quelli storico-artistici?

Sono fiero di aver contribuito personalmente, con tanti altri, a quest’opera meritoria per il paese, ed esigo riconoscimento complessivo per tutti, se non gratitudine. Il nostro operare da allora non è cambiato. Prima di accusarci di negligenza, quei giudici valutino bene tutto quello che abbiamo fatto, con molto meno corrispettivi istituzionali, burocratici, politici, sociali e economici di loro.

In questo contesto il convincimento dei giudici che le interviste degli imputati abbiano indotto alcuni cittadini a rimanere nelle loro case insicure anche nella notte del disastro appare francamente forzato. Esso si basa su testimonianze e denuncie di congiunti, giustificate dall’atroce sofferenza, ma scarsamente probanti in termini giuridici. Equivarrebbe a incriminare per omicidio colposo gli assessori al traffico di ogni comune che, pur sapendo che scontri frontali sono incombenti per uso di alcool e droga ogni fine settimana, non abbiano allertato chi usualmente percorre quelle strade. Un allarme improvviso e una evacuazione durante uno sciame sismico non seguita da grave terremoto avrebbe potuto provocare direttamente o indirettamente altrettanti morti. Va aggiunto che normalmente gli allarmi e le allerte della Protezione civile sono poco ascoltati dalle popolazioni e spesso trascurati anche dalle autorità.

Nel caso l’impostazione accusatoria dei giudici dell’Aquila dovesse avere seguito, quali esperti crederanno di trovare i giudici italiani a supporto scientifico della loro nuova Commissione Grandi Rischi e della nuova Protezione Civile? Nessuno e il nulla.

 

Bologna, 11.11.11                                                                                        Gian Battista Vai

Museo Geologico Giovanni Capellini

via Zamboni, 63 40126 Bologna

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Giuseppe Cosentino

Elide Schiavazzi  elide.schiavazzi@unibo.it

 

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