N&MOtt14 - Dissesto geoidrologico o dissesto mentale?

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Dissesto geoidrologico o dissesto mentale?

 

Dopo ogni frana, dopo ogni alluvione il solito ritornello dei giornalisti è denunciare il “dissesto idrogeologico” e l’autorità che non fa nulla per “mettere in sicurezza il territorio”. Non capiscono che in questo modo si alimenta solo l’ossessione dei cittadini senza giovare per nulla alla loro educazione. Il dissesto geoidrologico dell’Italia è sua caratteristica strutturale, con aspetti positivi e negativi, e che nessuna bacchetta magica è in grado di assestare. Con il dissesto bisogna imparare a convivere, usando la prevenzione e diffidando di chi promette previsioni e allerte/allarmi difficili da fare e da gestire e in molti casi inutili. Il concetto di messa in sicurezza è oltremodo relativo, assai diverso nell’attuazione se riferito a vite o a beni, sostenibile solo per casi molto limitati. Mettere in sicurezza il territorio italiano è geologicamente e economicamente un’utopia e un’idiozia, da smentire al più presto se si vuole preparare i cittadini a mitigare i rischi di una oggettiva insicurezza  territoriale. Anche qui serve poco l’allarme. Occorre piuttosto vigilanza costante per prevenire e abbattere il rischio, sapendo che la pericolosità non si può eliminare. Prevenzione, manutenzione intelligente, e elasticità mentale nella valutazione sono i soli criteri validi di difesa, perché il mondo naturale cambiai suoi parametri, per lo più ciclicamente,  mentre noi cittadini li riteniamo stabili, rimanendone poi troppo spesso sorpresi.

Chi avrebbe previsto che anche i fiumi romagnoli, come il Santerno a Imola e Borgo Tossignano, o il Lamone a Faenza e Marradi avrebbero invaso case, fabbriche e coltivazioni anche a monte della ferrovia Bologna – Rimini, come è avvenuto il  20.9.2014? Dagli anni 1950 non era mai più capitato. Forse solo il geologo, anzi qualche geologo particolarmente sensibile e ben ferrato sul piano storico recente e antico poteva prevedere approssimativamente questa per tutti inattesa alluvione. Chi aveva memoria delle piene di Faenza del 1192 (Tolosano) e del 1228 (si ricordi che il piccolo bacino imbrifero del Lamone si raddoppia subito a monte di Faenza proprio per la confluenza del Marzeno) forse poteva temere il ripetersi di quegli eventi con ben più danni, per l’espansione della città in aree che in antico erano letto del fiume. Ancor meglio, chi conosceva le oscillazioni cicliche del Santerno negli ultimi 5 secoli di storia poteva prevedere nuove alluvioni a Imola e lungo la valle a monte.

Nel 1502, secondo la Mappa di Leonardo (Fig. 1), tre ampie anse (meandri) del Santerno separavano la città vecchia (entro la cerchia del canale dei molini) dal Monte Castellaccio, e l’ansa più vigorosa minacciava il lato SE della città (che già alla fine del primo millennio d.C. aveva visto la distruzione dell’impianto stradale romano. Nel 1705, secondo la Mappa dell’abate Ferri (Fig. 2), l’intero inviluppo delle anse di Leonardo era diventato un enorme corso fluviale, ghiaioso e rettilineo, largo da 300 a 400 metri (metà della larghezza della città), senza ponti e con due guadi serviti da barche fisse. Lo sviluppo postbellico della città verso SE ha occupato con abitazioni e servizi vaste aree che dal 1550 al 1950 erano state sede dell’alveo del Santerno (e del Lamone a Faenza) (Figg. 3 e 4). Questo è l’esatto contrario di ciò che si chiama prevenzione. E’ ovvio che quelle aree siano destinate a ritornare quello che erano: cioè alveo fluviale. Ostinarsi a difenderle potrebbe rivelarsi errore peggiore del primo male.

Perché allora per oltre 60 anni non sono state allagate? Non lo sono state per aver beneficiato di una moratoria alluvionale. Nel frattempo, dal 1950 nel Santerno c’era stata una piena significativa nel 1966 (ultima alluvione di Firenze) con portate e volumi simili a quelli del 2014, che aveva travolto la vecchia traversa di Borgo Tossignano, ma aveva risparmiato Imola. Si risentiva ancora, come si è risentito fino ad oggi, l’effetto benefico della moratoria alluvionale dei fiumi romagnoli. Questo effetto era dovuto al veloce abbassamento erosivo naturale di questi fiumi innescato dallo scavo artificiale di ghiaie in alveo, perpetrato con l’assenso incompetente del Genio Civile nell’immediato dopoguerra, quando c’erano disponibili ghiaie extra alveo in abbondanza. E’ facile capire che un alveo abbassato di almeno 3 metri per dragaggio conterrà assai più acqua di prima, e anche piene eccezionali fileranno via lisce, senza esondare. Se poi l’alveo del fiume si incassa ulteriormente, anche il suo vecchio alveo rimasto rialzato sui lati apparirà lontano dal “nuovo”fiume e diventerà appetibile sia alla speculazione che alla “programmazione” cieca che deciderà di lottizzarlo. Ma il fiume continua a erodere a monte e a trasportare a valle ghiaia, sabbia e argilla. E il punto di equilibrio fra erosione e deposito si sposterà pian piano sempre più a monte, con livello marino stabile o, peggio, in crescita. Parallelamente il fondo del nuovo alveo si alzerà. Le piene avranno così sempre meno spazio e volumi sempre maggiori di acqua esonderanno, allagando  anche i vecchi alvei abbandonati dopo il 1950 e lottizzati. Dal 20.9.2014 la moratoria è finita. Le alluvioni saranno sempre più frequenti nelle città romagnole e lungo le loro valli a monte. Questa è l’unica allerta statistica preventiva che possiamo dare, che non teme smentite e da cui ci si può difendere solo con nuove opere di prevenzione. La conferma ci viene dai fiumi emiliani che hanno trasporto solido grossolano assai maggiore dei cugini romagnoli e hanno goduto di moratorie alluvionali assai più brevi (ripetute alluvioni di Modena, Reggio e Parma, colpita gravemente anche poche settimane dopo Imola).

Quando i cittadini saranno educati a convivere con il dissesto, prima di acquistare una casa guarderanno attentamente le carte di esondabilità (quelle vere, basate su dati storici vagliati da competenti, non abbozzate a tavolino su pochi parametri disomogenei interpretati al computer da un modello matematico), le assicurazioni fisseranno i loro premi di conseguenza, i sindaci saranno costretti a fare programmazione vera, e i danni diminuiranno per tutti. Diversamente, non lamentiamoci, tutti noi abbiamo parte di responsabilità, e i danni cresceranno.

 

Fig. 1 – Mappa di Imola di Leonardo (1502)

Fig. 2 – Mappa di Imola dell’abate Ferri (1705)

Figg.3 e 4 – Carta Geologica d’Italia al 50.000, Foglio Faenza (2009). Sia a Imola che a Faenza espansioni postbelliche delle città hanno occupato aree che dal 1500 al 1950 sono state alveo del Santerno e del Lamone (campiture grigio chiare fra scarpate bleu).

 

 Gian Battista Vai

 

Museo Geologico Giovanni Capellini

via Zamboni, 63 40126 Bologna

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Giuseppe Cosentino

Elide Schiavazzi  elide.schiavazzi@unibo.it

 

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